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Laos di Brunella Grasso : “i laotiani ascoltano il riso che cresce”

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Laos

I vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo guardano crescere, i laotiani ascoltano il riso che cresce. Bellissimo racconto di Brunella Grasso. Buona Lettura!

 Noi che amiamo il sud est asiatico questa volta ci siamo avventurati in Laos, ultimo paese dell’Indocina che ancora non avevamo visitato il cui popolo viene descritto in questo antico detto francese.

Ecco dunque l’ennesimo diario di bordo.

 

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Martedì 3 febbraio 2015: si parte! Questa volta viene con noi anche Piero che si è stancato dei no di Gianna, e allora siamo in tre.

Sono le 5 del mattino e siamo diretti a Malpensa. Sbagliamo uscita, colpa mia che non riconosco la solita curva a destra che non si deve fare, per fortuna riusciamo ad arrivare in tempo all’aeroporto anche se con un po’ di ansia, in quanto per strada ci sono lavori in corso dovuti all’EXPO.

Lasciamo l’auto dal Travel e da lì all’aeroporto dove partiamo alle 10,15 con volo Emirates per Dubai, dove arriveremo 6 ore dopo e da dove partiremo – con un intervallo di altre sei ore – con un fantastico A380 su due piani – per Bangkok.

Il volo è il solito volo per arrivare a destinazione, inframmezzato dalle sei ore di attesa a Dubai, come al solito non chiudo occhio e arrivati nella capitale tailandese affrontiamo un altro volo, questa volta con un ATR32 – mannaggia, di quelli che cadono – alla volta di Luang Prabang, dove arriveremo alle 12 ora locale del 4 febbraio 2015. Prima volta che viaggiamo con Emirates e non si viaggia male anche se non vedo grandi differenze con le altre economy.

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Mercoledì 4 febbraio: siamo arrivati a Luang Prabang dove ci accoglie la guida locale Monsieur Phayvone, un piccolino taciturno che parla un francese un po’ così così, all’orientale, diciamo, così come gli orientali parlano inglese e i primi momenti sono sempre di panico in quanto si teme di non capire. La nostra guida ci conduce all’albergo, un nuovissimo hotel su una collina dominante la città e che ci delizia di un bellissimo panorama. Veramente all’inizio dovevamo alloggiare al Villa Santi, centralissimo, ma all’ultimo minuto ci hanno comunicato che l’hotel era strapieno di turisti in quanto si era nella settimana del Tak Bat, ovvero la questua dei monaci, e ci hanno dirottato in questo bellissimo hotel.

Lasciamo le valigie e ci rechiamo a pranzo al ristorante The View Pavillon situato in una deliziosa casa coloniale di fronte ad un bellissimo e coloratissimo Vat. Mangiamo discretamente, la onnipresente zuppa, riso e quant’altro e poi ho i primi problemi intestinali che mi fanno desistere dalla visita alla città e me ne torno in hotel. I miei due compagni di viaggio invece vanno con la guida alla scoperta della città e visiteranno tra l’altro la collina di Phousi Hill e alcuni templi, uno con l’impronta del Buddha.

In albergo per fortuna mi riprendo, ingurgito il solito antibiotico intestinale e sto meglio. L’albergo è il Luang Prabang Viweu Resort ed è incantevole. Sul terrazzino della camera si gode di un panorama stupendo e di bellissimi fiori oltre che di comode sedie dove ammirare il panorama.

Quanto tornano Mario e Piero ci prepariamo e tutti e tre andiamo a cena al ristorante 3 Nagas, situato in una favolosa casa coloniale dove assaggiamo le alghe fritte che sono deliziose, servite con una specie di marmellata della quale uno degli ingredienti, oltre al peperoncino, è la pelle di bufalo essiccata! Devo dire però molto buona. Per il resto solito riso e solite cose anche se assaggiamo la tradizionale insalata di carne laotiana, la laap, poi ce ne torniamo in albergo stravolti.

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Giovedì 5 febbraio: prima colazione in hotel, buonissima, poi si parte per la visita al Palazzo Reale, neanche troppo sontuoso per la verità, bello e ricco di storia e pezzi di arredamento fantastici.

Nel cortile incontriamo un gruppetto di italiani che ci salutano senza troppo entusiasmo.

Dopo la visita del palazzo reale ci imbarchiamo su una tipica imbarcazione che inizia la navigazione sul Mekong che qui è veramente maestoso.  La barca è privata, c’è il comandante che è il marito, la moglie che si intravvede ogni tanto  e due bimbi piccoli che a volte  sbucano fuori e coi quali giochiamo. Proprio vero che i bambini sono eguali in tutto il mondo.

Visitiamo due villaggi, in uno si produce il lao-lao, la tipica bevanda laotiana fatta con riso fermentato , alcolica, brucia e non è per nulla gradevole ma abbozziamo e l’altro dove  artigianalmente viene prodotta una bellissima carta decorata con fiori e foglie.

E finalmente siamo alle Grotte di Pak Ou dove sono stipate  migliaia di statue raffiguranti Buddha e meta di pellegrinaggi.

C’è una lunghissima scalinata che porta alla grotta superiore piena di donne e bambini che vendono frutta da offrire a Buddha. Mi fanno una pena immensa, questi bimbi così piccoli e già costretti a guadagnarsi la pagnotta. Compriamo delle banane e, non visti, ce le mangiamo invece di offrirle a Buddha. Sarà stato sacrilegio? Ma Siddharta Ghoutama era così comprensivo che non credo se la sia presa più di tanto.

Durante l’ardua salita incrociamo una coppia di italiani anch’essi sbuffanti e non sapendo che eravamo connazionali, sento la ragazza dire al ragazzo “ma sei sempre stanco tu, guarda sei come quei vecchi vicino ai quali ti stai riposando!” e i due vecchi erano Mario e Piero… che non hanno sentito!

La grotta è interessante, colma di gente e di monaci, la zona pullula di barche che attraccano a non finire e grande confusione.

Pranziamo in un ristorante sul Mekong abbastanza bene poi nel pomeriggio visitiamo vari templi, il Vat Vosou, il That Makmo ed altri ancora che sono incantevoli.

Per cena di portano – sorpresa – al ristorante l’Elephant, che ha cucina francese! Delizia! Mangiamo una buonissima insalata con uovo sodo (più volte apprezzato) e scaglie di parmigiano, crostini e pancetta fritta, una specie di caesar salad, una vera meraviglia, c’è pure il pane, stupendo. Come piatto principale prendo del pollo buonissimo, Mario del maiale e Piero i cannelloni, dolce fantastico, bananine fritte e gelato, goduria infinita…

Riusciamo ad andare al mercato della notte: tantissime bancarelle espongono la loro merce colorata. Guardo e riguardo finché ne adocchio una che espone merce che mi piace e la venditrice, che ha l’occhio lungo mi porge una seggiolina rasoterra sulla quale sedermi: comincia allora la scelta e la contrattazione delle sciarpe in seta o in cachemire e alla fine me ne vado soddisfatta delle mie compere.

Poi a nanna perché siamo belli cotti.

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Venerdì 6 febbraio: stamattina ci svegliamo all’alba per assistere al Tak Bat, rito antichissimo che vede centinaia di monaci in fila che ricevono cibo dai fedeli. I fedeli sono seduti sui marciapiedi e nelle stuoie che hanno davanti sono poste ciotole con riso o altri cibi e che ciascun fedele dona al monaco che si avvicina, e di monaci ce n’è una fila interminabile. E’ una bella cerimonia, anche se non vi ritroviamo il patos che avevamo avuto in Birmania. La guida mi dice che tra pochi giorni ci sarà la festa dei bonzi e che a Luang Prabang ce ne sono più di duemila.

Dopo torniamo in hotel per la colazione e poi partiamo per Ban Phong Van dove visitiamo una tipica fattoria che produce riso biologico e poi il villaggio di Na Quang, della minoranza Hmong, dopo di che proseguiamo per le cascate di Kuang Si, spettacolari davvero, in quanto l’acqua cade sopra numerose stratificazioni calcaree che spesso hanno forma circolare e formano  piscine naturali molto belle. Peccato che non sia affatto caldo e non si possa fare il bagno anche se alcuni ragazzi si tuffano nell’acqua gelida, noi desistiamo dopo averla “assaggiata” con le mani.

Nell’area  è anche un’area protetta per gli orsi, ce ne sono quattro e a vederli da lontano sono pure belli.

Comunque bellissima esperienza in un luogo incantevole e poi abbiamo il pranzo pic nic in riva alla cascata più alta, è una vera delizia goderci questo bellissimo luogo.

Torniamo in città abbastanza presto per cui ci facciamo lasciare in centro invece che in albergo e visitiamo pertanto Luang Prabang che io non avevo ancora visto. E’ una città molto bella, a misura d’uomo, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità grazie alla suggestiva combinazione tra bellezze naturali, il fascino degli antichi templi e le splendide e ben curate architetture coloniali.

La città si trova in una pianura circondata da montagne a circa 300 metri sul livello del mare.

Nel 1707 dopo anni di lotta fra varie fazioni nobiliari il regno di Lan Xang si frazionò e Luang Prabang divenne la capitale della parte settentrionale del Laos che dovette sottostare a varie invasioni da parte del Siam. Nel 1893 la Francia – che nel frattempo era intervenuta in loco (la politica delle cannoniere) – tolse il controllo dei regni ai siamesi e riunificò il Laos inserendolo nella colonia dell’Indocina Francese. Il governo della provincia di Luang Prabang fu affidato al locale sovrano e quando il Laos conquistò l’indipendenza tale  sovrano divenne capo di stato del neonato Regno del Laos. La residenza reale rimase a Luang Prabang anche se la capitale oramai era divenuta Vientiane, e ciò sino al 1975, anno in cui il regno fu rovesciato dai comunisti del Pathet Lao.

Visitiamo dei posti veramente suggestivi e attraversiamo anche il ponte di bambù che viene ricostruito ogni anno dopo la stagione delle piogge per riunire una parte all’altra della città che è attraversata sia dal Mekong che dal Nahm Kham.

Meno male che troviamo una farmacia in quanto a me è venuto il raffreddore.

Tornati in hotel grande doccia e poi si cena al Tamnac Hotel con verdure fritte e buona zuppa. Anche questo ristorante è collocato in una casa coloniale proprio di fronte al Villa Santi… noi speravamo di bissare l’Elephant, pazienza…

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Sabato 7 febbraio: oggi si parte per Van Vieng. Il percorso stradale che ci attende è di circa 250 km. e ci impiegheremo almeno sei ore. Ci inerpichiamo su per le montagne e vediamo alcuni villaggi abitati da minoranze etniche minori che vivono in condizioni di estrema povertà. Le case sono per lo più di legno col tetto in lamiera, non hanno acqua, solo l’elettricità. I bambini malvestiti e non curati ci fanno una gran pena, sono vestiti miseramente, sporchi da far paura. Do’  loro caramelle e vafer ripieni di cioccolato, mi viene in mente mio nipote e mi chiedo perché tanta parte del mondo debba vivere in condizioni così miserevoli.

Ci inerpichiamo su vari passi, scavalcando grandi monti su una strada tortuosissima e ci fermiamo in cima ad un picco al ristorante Phieng Fath dove insieme all’immancabile risto “gustiamo” verdure e carne in salsa rossa dolce e carne e verdure bianche che immancabilmente lasciamo nel piatto. La cucina laotiana, quasi come in tutte le cucine orientali, si basa soprattutto sul riso, sulla salsa di pesce fermentata e qui, come in Cambogia, sulla lemon grass coi risultati che ben conosciamo. Pazienza, perderò un po’ di peso e non mi farà male.

Finalmente si comincia a scendere a valle e nel bel mezzo di una curva ci si ferma, un camion con relativo articolato si è piantato in mezzo alla strada e il traffico è bloccato. Per fortuna noi viaggiamo su un piccolo mini van e riusciamo ad aggirare l’intoppo ma dietro di noi ci sono pullman, auto e altri camion che non so quando riusciranno a passare in quanto questa è l’unica strada, la Route 13, che porta a Vientiane.

Quando Dio vuole raggiungiamo finalmente Van Vieng, che al di là del fatto di essere una cittadina prettamente turistica, offre panorami incantevoli con grande fiume su cui troneggiano speroni di roccia ricoperti di vegetazione, come abbiamo già visto sia in Viet Nam che in Thailandia.

Alloggiamo al Silver Nagas con belle camere vista fiume. Lasciamo i bagagli in albergo e per prima cosa andiamo a visitare la grotta di Tham Chang che anticamente era utilizzata come rifugio contro i predoni. Per raggiungerla naturalmente dobbiamo percorrere una ripida escalier che conta 149 gradini… la vita è fatta a scale, si sa. La guida mi dice che durante la guerra del Viet Nam la città è stata più volte bombardata e che le grotte offrivano rifugio.

Terminata la visita ci aspetta la corsa sul fiume Nham Song con moto lancia ed è un vero spasso. Incrociamo tanti sballati e fumati che sono a bagno su camere d’aria. L’atmosfera è molto da “figli dei fiori” ma si sta molto bene.

Ci rechiamo poi a cena in un ristorante cinese, il Sanasey Vanvieng dove mangiamo una discreta pizza rifacendoci del pasto di mezzogiorno e che ne torniamo in hotel passeggiando per la cittadina che è piena di gioventù.

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Domenica 8 febbraio: si parte per Vientiane per un percorso di circa 160 km. per il quale impiegheremo più di tre ore.

La colazione in hotel offre solo pane burro e marmellata, tutto il resto è asiatico, comunque non va male. Sostiamo in vari villaggi di pescatori con pesce in bella mostra che non ci dice nulla di buono e che ci limitiamo a fotografare.

Per pranzo arriviamo comunque nella capitale del Laos che è tutta in fermento, ci sono costruzioni nuove ad ogni angolo, stanno costruendo un centro commerciale enorme, si stanno proprio occidentalizzando…

Prendiamo alloggio al Lao Plaza Hotel che è un cinque stelle fantastico. Sono finiti i tempi in cui si andava in ostello o in alberghi da poco, con l’età abbiamo deciso che dovevamo concederci tutta l’ospitalità della quale avevamo voglia.

Ci rechiamo poi a pranzo lì vicino, in un ristorante dove cucinano anche piatti occidentali. E’ buffissimo vederci mangiare lasagne al forno, ma era l’unica cosa che ci andasse! Neanche lontanissime parenti delle nostre, of course, ma non si può pretendere di più e poi almeno non c’era citronella!

Nel pomeriggio giriamo per la città che non è molto interessante, a parte il Vat Sisaket, il tempio più antico della città e che conserva migliaia di statuette in miniatura di Buddha, il Vat Ho Prakeo una volta tempio reale che anticamente custodiva il Buddha di Smeraldo che è stato trafugato dai siamesi e ora fa bella mostra di se’  a Bangkok.

Il That Luang Stupa, costruito dal re Sethathirat nel 1566 è molto bello, nei suoi giardini stanno festeggiando tre matrimoni che fotografiamo, previo consenso, poi ci rechiamo al Parco Chao Anouvong e al Patousay, l’arco di Trionfo costruito nel 1958 sullo stile dell’arco di trionfo di Parigi. Saliamo sulla cima per osservare un gran bel paesaggio con giochi d’acqua nelle fontane.

Si cena al Kualao Restaurant, una gran bella casa coloniale con servizio di classe e spettacolo di danza tradizionale. La cena non è effettivamente male, la zuppa è buona, ovvero senza troppo citronella, il pesce a bocconcini fritto buono, l’involtino di foglia di cavolo ripieno di carne decisamente buono il dolce ottimo.

Durante lo spettacolo un ballerino rivolge languide occhiate d’intesa a Mario, peccato che io mi sia persa la scena, me l’hanno raccontata a posteriori e ci siamo fatti grandi risate sulle conquiste di mio marito.

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Lunedì 9 febbraio: peccato, perdiamo la colazione al Lao Plaza in quanto alle 5 siamo già verso l’aeroporto per volare su Pakse, nel sud del paese.

Inizialmente pensavamo di entrare in Laos passando dalla Thailandia e navigando sul fiume fino a Luang Prabang e poi ci saremmo diretti verso la Piana delle Giare, ma abbiamo desistito sia per questioni economiche che di tempo, la piana delle Giare ci avrebbe fatto perdere parecchi giorni di viaggio non essendoci grandi strade di comunicazione, così in alternativa abbiamo deciso di recarci nella zona sud.

Il volo dura circa un’ora e arriviamo a Pakse da dove partiamo per il Boloven Plateu che si affaccia sulla valle del Mekong. In questo altopiano vengono coltivate preziose piante di the e di caffè, infatti quest’ultima bevanda è davvero deliziosa in tutto il Laos.

Arrivando a Pakse abbiamo trovato la nuova guida, Monsierur Thammanoune che è molto più brillante del suo predecessore. Il suo francese è più comprensibile,  si dilunga in spiegazioni e ci porta anche in luoghi non previsti dal programma.

Prima di avventurarci sull’altopiano  la nostra guida ci fa visitare il mercato di Pakse che è immenso, pieno di roba, dal cibo ai vestiti. Mi incuriosisce un catino pieno di roba indefinibile e la guida mi dice che sono formiche rosse che servono per la zuppa di pesce…

L’altopiano di Boloven  è stato formato da un antico vulcano ed è celebre, oltre che per le sue preziose piantagioni per le innumerevoli cascate che si trovano nell’area.

In questa zona vivono diverse minoranze etniche che credono ancora nell’animismo e compiono sacrifici di animali una volta all’anno prima della stagione delle piogge per ingraziarsi buon raccolto e salute.

Le condizioni di vita di questa gente sono ancor più miserevoli di quelle finora viste, i bimbi sono mezzi nudi, sporchi, col moccio al naso, fanno veramente pena. Distribuisco caramelle, bottiglie d’acqua a due bambine che ce le chiedono come fosse un bene prezioso. e per loro lo è, acqua pulita da bare.

La stretta al cuore è notevole, ma quando do’ una caramella ad una bimba piccola questa la prende e se la mette in bocca con la carta, probabilmente non ne aveva mai vista una, gentilmente Mario gliela prende e gliela sfascia e lei se la gusta sgranando gli occhi, terribile…

Visitiamo diverse cascate, la più impressionante quella di Tad Fane per la cui visita occorre scendere 207 spaventosi gradini più atri 91 invece normali. La fatica è tanta, anche perché non vorremmo rimediare qualche frattura in questo paese che non ha ospedali decenti, per cui l’attenzione che poniamo ai nostri passi è davvero notevole.

Andiamo a pranzo in un giardino delizioso vicino ad una cascata, fiori e prati stupendi, è il Sinouk Garden Cafè e Resort dove seduti all’aperto mangiamo spaghetti al ragù… ci sarebbe da ridere se non fosse quasi tragico, non siamo venuti in Laos per mangiare occidentale, ma tutto il resto era davvero imprendibile! Comunque il caffè è superlativo. Fa parte della stessa catena di negozi dove ci ha portato il Signor Thammanoune a fare acquisti di the e caffè.

Beviamo sempre la birra laotiana, la famosa beerlao, che è davvero ottima.

Verso sera siamo di nuovo a Pakse nel nostro albergo, il Champasak Grand Hotel che di grand ha solo il nome. La camera è bella spaziosa con vista laterale sul Mekong ma è molto trascurata, con muri e mobili sbrecciati.

Scegliamo di cenare sul ristorante in riva al fiume, dove ci portano di tutto e di più ma il gusto per i  nostri palati è davvero estremo, per cui non mangeremo quasi nulla.

Su consiglio della guida avevamo detto che non dovevamo pagare la cena in quanto dell’agenzia Diethelm, ma ci hanno portato tanto cibo che ci hanno messo in imbarazzo. Quando ce ne andiamo dal ristorante ci corre dietro un cameriere, attimo di panico, pensavamo ci rincorresse per farsi pagare invece Mario aveva dimenticato il maglione sulla sedia…

A letto presto anche stasera e a stomaco mezzo vuoto.

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Martedì 10 febbraio: partiamo per la regione del Siphandone, ovvero delle 4000 isole: qui il Mekong toglie davvero il fiato, in questa stagione è largo 10 kilometri, mentre nella stagione delle piogge ben 14!

Ci rechiamo però prima al Vat Phou, tempio pre angkorkiano, molto bello e molto faticoso, tutto in salita con gradini incredibili. E’ stato inserito nella lista dell’UNESCO per la sua bellezza. Questa regione che ora è Laos, anticamente è stata contesa sia dai vietnamiti che dai cambogiani. Pare infatti che la denominazione di Champasak derivi da Champa, ovvero gli antichi abitanti del sud del Viet Nam che abbiamo già conosciuto a Phan Thiet. Il tempio è stato comunque costruito da Hindu Khmer, cioè cambogiani, e venera Vishnu, Shiva e Kala, dio indiano del tempio anche se ora il tutto è diventato buddista.

La lunga scalinata che conduce alla sommità è tutta contornata di alberi dai fiori bianchi: il champa flower, frangipane delicatissimo e profumatissimo fiore nazionale laotiano.

Gran bella esperienza.

Dopo aver visitato il sito ed il museo ci rechiamo a pranzo al Dochampa Restaurant dove “gustiamo” le solite cose… al termine del quale partiamo per Ban Khiet Ngong dove proseguiremo a dorso d’elefante… terribile, mai avuto tanta paura in vita mia!

Come al solito si deve salire su una torretta per poterci sedere poi su una scomodissima cesta sul dorso del bestione e per un’ora e mezzo tribolo le pene dell’inferno: la cesta è scomodissima, la strada accidentata, ogni tanto il guidatore dell’elefante scende e si fa gli affari suoi, non vedo l’ora di vedere sto cavolo di tempio e tornare a casa, si fa per dire.

Il supplizio termina le rovine non mi sono sembrate un gran che e ci rechiamo al nostro albergo sull’isola di Khong, il Senesothxuen Hotel, che è una caratteristica casa coloniale in riva al Mekong, con bel giardino, belle camere anche se più spartane rispetto agli alberghi fino ad ora frequentati.

Ma ci aspetta una sorpresa: la nostra guida ci ha fatto preparare una cena occidentale! Mangiamo un ottimo passato di verdure con crostini di pane, una entrecote scaloppata con patatine fritte e verdure al burro veramente fantastiche. Non abbiamo parole per la felicità!

Dormiamo divinamente, sazi e soddisfati, e prima di andare a letto parliamo un po’ con la proprietaria, una signora vietnamita che vive tra Parigi Hong Kong e qui, molto gentile con la quale colloquiamo un po’ in inglese e un po’ in francese.

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Mercoledì 11 febbraio: dopo una splendida colazione nel giardino, con vera baguette stupenda, burro e marmellata fatta in casa, pan cake e caffè più spremuta d’arancia, ci imbarchiamo su una lancia per visitare le isole di Done Det e Done Khone.

Il viaggio in barca è rilassante, i panorami splendidi. Più si scende a sud più fa caldo.

Sbarcati facciamo una passeggiata lungo l’antica strada ferrata costruita dai francesi nel 1897 per evitare le rapide durante il trasporto delle merci verso la Cambogia, poi visitiamo le cascate di Sumphamith veramente fantastiche e quindi ci rechiamo a pranzo nel ristorante previsto che però è chiuso, allora ci dirottano in un altro, il Phaphen Restaurant dove mangiamo le solite cose…

Dopo pranzo ci aspettano le cascate di Phaphen che dire favolose è dire poco: sono incredibilmente belle e possenti. Meravigliose. A parte le rocce nere appuntite sulle quali bisogna stare molto attenti a posare i piedi. Ma ne vale assolutamente la pena.

Rientriamo quindi a Pakse passando ancora una volta sul ponte costruito sul Mekong dai giapponesi e ritorniamo allo stesso albergo. Di solito quando si torna nello stesso hotel viene assegnata una camera migliore ma qui invece non è così. Stessa camera scalcinata, cena a base di omelette e topo che passeggia per la sala da pranzo…

A letto, quindi, domani ci aspetta una lunga giornata.

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Giovedì 12 febbraio: prima colazione striminzita e poi partenza per la visita ad una pagoda e ad una statua dorata di Buddha posta u una collina sopra la città. Entrambe le escursioni non erano nel programma ma la nostra guida è un uomo d’azione.

Prendiamo quindi l’auto e cominciamo il viaggio di ritorno prendendo la strada per il confine tailandese.

Arriveremo pertanto a Ubon Ratchathani dove incontreremo la guida tailandese. Qui arrivati ci accomiatiamo dai nostri compagni di viaggio laotiani, prendiamo le valige e con la nuova guida ci inoltriamo nel tunnel sotterraneo che ci conduce in Thailandia. In superficie c’è un gran andirivieni tra Laos e Thailandia, un sacco di persone colorate con pacchi valige animali  e di tutto e di più che vanno e vengono fino all’imboccatura del tunnel, un grande affresco sociale e umano incredibile.

Sbucati fuori la nostra guida ci presenta l’autista che carica le valige su un mini van e ci porta  a mangiare in un baracchino per strada dove tra noodle soup e fried noodle preferiamo questi ultimi. Che dire? Il tutto sembra uscita da una puntata di Antony Bourdain No reservetion… mangio quel che posso, ci serviamo della toilette del “ristorante” che è solo un buco nel terreno con un catino da riempire d’acqua e poi andiamo in auto.

Si procede quindi  per una lunga strada che ci condurrà all’aeroporto di Ubon Ratchatani dove arriviamo alle 14,30. Le strade qui sono molto diverse da quelle laotiane. Sono a più corsie e c’è il guard rail, altro paese, sicuramente.

La guida ci lascia dicendoci di fare il chek in alle 16,20 essendo la partenza prevista per le 18,30. A parte un gruppetto di francesi siamo gli unici occidentali presenti in aeroporto, un aeroporto molto sui generis, diciamo. Si decolla in orario su un Boing 777 e arriviamo a Bangkok dopo circa 50 minuti di volo.

Qui sosteremo per ben sei ore, pertanto abbiamo tutto il tempo di fare chek in e di far partire le valigie per Milano. Noi faremo scalo a Dubai dove ci fermeremo qualche ora. Purtroppo su questo volo saremo sparpagliati, non ci sono posti vicini, pazienza. Non riuscivo a capire cosa mi stesse dicendo la hostess ma per fortuna alla fine ci siamo riusciti.

Si arriva pertanto a Dubai dove gironzoliamo per l’aeroporto che è mastodontico e ultramoderno nonché lussuoso, vediamo gente che veste abiti di tutte le forme fogge  e colori, persone di diverse etnie, il tutto molto colorato e internazionale.

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Alle 9,10  del 13 febbraio decolliamo per l’Italia dove arriveremo sei ore dopo.

Con tutti i fusi arriviamo a Malpensa che sono le 11,40 sempre del 13 febbraio, dopo di che non ci resta che aspettare le valige, prendere il mini van del Travel, recuperare la nostra auto e tornare a casa stanchi, ma come si suol dire, felici.

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Chi è Brunella Grasso?


“mi chiamo Brunella Grasso, vivo da sempre a Genova mia città natale e che amo –
non riuscirei proprio a vivere in una città senza mare – e sono una nonna viaggiatrice nata tanti secoli fa.
da sempre mi è piaciuto viaggiare, passione che ho sempre condiviso con mio marito, che abbiamo trasmesso a nostro figlio e che trasmetteremo al più presto allo splendido nipotino di quasi quattro anni.”

a cura di World explore 360

 

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