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Tokyo e Seul, gita fuori porta non solo per la fioritura dei ciliegi

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Dieci giorni passati nelle due grandi capitali dell’estremo oriente: Tokyo e Seul. Cultura, cibo, organizzazione, attrazioni e il grande Fuji-san. Il racconto di Ighlis Filippetti


La fioritura degli alberi da frutta nella pianura padana offre sempre una sensazione gradevole alla vista; eppure può essere ancora più gradevole se ci si allontana un po’ da casa. Decidiamo quindi di fare una gita fuori porta e di raggiungere il Giappone appunto per l’occasione della fioritura dei ciliegi che a Tokyo chiamano “Hanami”. La tariffa nettamente migliore la troviamo con Turkish Airlines prenotando 6 mesi in anticipo. Da Bologna partiamo per Seul via Istanbul dove resteremo 3 giorni pieni, da lì andremo a Tokyo (7giorni) e da Tokyo la Turkish ci riporterà a Bologna. Abbiamo deciso per il tempo a disposizione di non girare il Giappone, o avremmo perso troppo tempo per gli spostamenti nonostante i velocissimi treni e la perfetta organizzazione di treni e metro e siamo contenti di aver fatto questa scelta. Lo scalo a Istanbul che avevamo visitato 4 anni fà e che raccomandiamo, ci mostra un aeroporto affollatissimo anche a mezzanotte, è molto grande e frequentato ed offre molti servizi. Chi ha molte ore per un transito può avvalersi della Lounge Turkish a 2 piani che è spettacolare, enorme con vari punti ristoro e cuochi che cucinano giorno e notte. Per l’arrivo a Istanbul, il transito e la partenza per Seul incredibilmente nessun controllo bagagli a mano.


SEUL

Arriviamo a Seul, circa 13 milioni di abitanti, città moderna in espansione, che non gradisce riunificarsi coi fratelli del Nord e non ama russi e cinesi perchè guarda verso il Giappone e all’occidente pur fiera delle sue tradizioni. Abbastanza velocemente sbrighiamo il controllo passaporti con foto ed indici registrati. Subito cambiamo 200 euro, alla biglietteria prendiamo 2 ticket (7 euro l’uno) per il bus limousine 6011, che ci porterà alla stazione di Ankun in un’ora, zona Insadong all’hotel Icon, tre stelle con altissimo rapporto qualità prezzo (40 euro la doppia con modesta colazione, ma accessoriatissima la piccola camera), gestore gentilissimo che parla un buon inglese cosa non facile da riscontrare in Corea. Lasciata la valigia in albergo alle 21,30 usciamo per vedere “cosa c’è fuori” e ci accorgiamo che molti negozi della caratteristica zona Insadong sono ancora aperti (orario normale 10-20) e già buttiamo l’occhio su qualcosa da comprare, ma aspettiamo i giorni successivi; certo quella ceramica verde con varie lavorazione è carina, ma i prezzi non scherzano. Questa è una zona dove comunque il turista prima o poi viene, sia per souvenir che per i tanti ristoranti a buon prezzo.

Il turismo europeo non è ancora molto sviluppato, lo dimostra la poca propensione alla lingua inglese (che però parlano le assistenti vestite di rosso sparse per la città) e i tanti ristoranti che scrivono i menù solo con ideogrammi: comunque ci se la cava anche per via delle foto delle pietanze; quindi a Seul assaggeremo dumpling, noodles, tofu e frittatine di verdure e pesce. Odori gradevoli dalle tante bancarelle con spiedini di carne di pollo (euro 1,50), polipo o pesce, attenti a quelli piccanti, occorre chiedere e quelle fornitissime di dolci e di altre fritture sconosciute. La cucina è basata su riso colloso, verdure spesso fermentate e carni (pregiata quella di manzo) ma anche crostacei, abbondano le zuppe ed è comunque presente l’influenza delle cucine cinese e giapponese; si beve molto tè, quello verde, ci dicono, fà bene alle persone che “sentono caldo”, il tè nero alle persone che “sentono il freddo”, i coreani fanno saltuario uso di ginseng, molto vitale ma costosissimo. Tra i tanti ristorantini ne scegliamo uno nella via principale di Insadong che ci dà l’impressione di essere pulitissimo, con un buon servizio senza costare eccessivamente, anzi poco e cosa importante una signora parla inglese, il nome è Shinseong Seolnongtang, forse aiuterà il sito: 3 grossi dumpling (ravioli ripieni di carne e verdura), una porzione al vapore, l’altra in zuppa con uovo e verdure con riso euro 8 per 2, il tè verde fresco gratuito come un assaggio di kimchi (mamma mia quante fiamme!) ed altre verdure fermentare, piccantissime ma ottime per la salute. Qui si alternano bei palazzi a casette vecchie, belle strade a piccoli vicoli, sulle vie principali di Insadong moltissimi negozi, nei vicoli laterali centinaia di ristorantini caserecci o piccoli laboratori artigianali. Una cosa è certa: i coreani sono estremamente ospitali, un intero gruppo di amici ci ha accompagnato all’hotel previa telefonata al gestore: ci capivamo a segni; quindi hanno voluto una foto con noi che siamo europei, ma questo capita spesso nei paesi asiatici! In Aprile la temperatura di giorno sfiora i 20 gradi, ma la sera occorre un buon pile.

La mattina seguente ci siamo recati al Kyongbokkung (palazzo della felicità scintillante), 1342, in parte ricostruito, che è simile alla città proibita di Pechino. Al suo interno la magnifica sala imperiale del trono ed il padiglione Geyongheru situato al centro del lago artificiale ove sono presenti i fior di loto ed alcune pagode; luogo estremamente rilassante dove ci siamo seduti alcuni minuti a goderci il sole guardando i ciliegi in fiore. Abbiamo assistito al cambio della guardia, mossa anche turistica che impegna parecchi soldati, accompagnata da musica e spiegazione e con alteri militi in belle divise rosso e blù che al termine si lasciavano fotografare: scenografico, da non perdere! Costo del biglietto meno di 3 euro; usciamo e davanti a noi si apre l’enorme piazza Gwanghwamum con la maestosa statua del re Joseon, nei pressi il museo della storia; quindi rientriamo nel quartiere Insadong, tanti negozi, legni, ceramica Celadon, campanelle portafortuna, ventagli e dipinti tipici.

Seul non è caotica come altre capitali asiatiche, pulizia e sicurezza, pochi clacson, molte auto di grossa cilindrata, mai visto qualcuno elemosinare, insomma una buona introduzione al Giappone. Anche il Changdock (1405) ci ha fatto una buona impressione; questo palazzo fu sede delle famiglie reali fino al 1870 ed è famoso soprattutto per il giardino segreto per cui occorre comprare il biglietto a parte: un paio di volte al giorno c’è la guida parlante inglese, il lunedì è chiuso. Prima di visitare questo palazzo, di prima mattina, siamo stati al Buckong village accompagnati dal gestore dell’hotel. Questo vecchio quartiere in parte ancora abitato ha case caratteristiche in legno chiamate hanoc con tetto nero e mini giardini interni ed infonde tranquillità ritornando indietro nel tempo di qualche centinaia di anni. Da alcuni scorci è possibile fotograre la distesa dei tetti e sullo sfondo i grattacieli di Seul per un magnifico contrasto. Al ritorno con permesso speciale della polizia passiamo davanti alla casa ed ai giardini del governatore. Ritornando a piedi a Insadong abbiamo terminato gli acquisti con un vaso in ceramica verde vetrinata, appunto chiamata Celadon, forse l’oggetto Coreano più venduto al mondo. Abbiamo visitato il mercato di Namdaemun con omonima porta e sulla strada il municipio dopo aver attraversato il quartiere centrale di Myeongdong, ma sinceramente abbiamo preferito Insadong. L’ultima sera andiamo al tempio buddista di Jogyesa dove si tiene una funzione, dall’esterno di una grande finestra fotografiamo i grandi Budda dorati.

Con la metro ad Anguk station linea viola al prezzo di circa 2 euro ci presentiamo in perfetto orario all’aeroporto di Gimpo al chech in della Korean che ci porterà a Tokyo. Ci sarebbe ancora altro da vedere e ci rammarichiamo di non aver fatto un giro in battello sul fiume Hangang per potere ammirare Seul nel suo splendore notturno, ci è mancano almeno un giorno. Seul, la capitale della penisola coreana merita qualche giorno di visita, è bella e sente di poter stare in un alto gradino di civiltà moderna, gli abitanti istintivamente simpatici, amichevoli e cortesi senza pretendere, davvero una grande sorpresa. La metro vi porta ovunque: consiglio per l’acquisto del biglietto? Fatevi aiutare da qualche giovane in fila dopo di voi, vi eviteranno perdite di tempo ed errori, e saranno felici di farvi una cortesia. Una cosa ci ha impressionato: i coreani, anche non giovanissimi, sono costantemente al cellulare, in metro, al supermercato, mentre attraversano sulle strisce, ma non dialogano, sono intenti a giocare e ad entrare in internet: maniacale! Neppure in Giappone sarà così. Seul sicuramente anche capitale della più moderna elettronica ma che mostra orgogliosa la sua storia pur guardando verso il Giappone per carpirne le idee organizzative. Seul e Tokyo, estremo oriente solo geograficamente, sicuramente un’Asia organizzata diversa da quella prettamente turistica.

Due parole sulle mascherine antibatteriche che portano a Seul anche se in misura minore che a Tokyo: come dirò per Tokyo, in un primo momento fanno sorridere, ma le suburbane affollate all’ora di punta, i vicoli pieni di gente e gli acquisti fatti in piccoli negozietti dove ci si parla a 30 cm di distanza mi hanno convinto che sia un’usanza giusta ed intelligente che credo sarebbe bene adottare anche dalle nostre parti, magari per i 3 mesi di maggior propagazione influenzale.


TOKYO

L’enorme aereo della Korean ci porta in due ore da Seul a Tokyo (15 milioni di abitanti), aeroporto Haneda, il secondo della capitale nipponica ottimamente organizzato, buono il servizio a bordo. Abbastanza celere il controllo passaporti ed anche qui veniamo registrati. Velocemente prendiamo i bagagli ed improvvisamente ritroviamo le ultime risorse per anticipare molti all’acquisto ticket del bus che parte dopo 10 minuti: operazione riuscita. Anche qui come a Seul traffico veloce e scorrevole ma guida a sinistra. Il modernissimo bus in un’ora ed al costo di 7 euro ci lascia a 500 metri dal consigliatissimo hotel Richmond Asakusa, 85 euro la doppia con straordinaria colazione, e ci consegnano una camera non prevista nel prezzo con panorama sul tempio Senso-ji e sulla Skytree, bellissimi illuminati la sera e godibili di giorno. La colazione poi è un vero lunch a buffet, con colazione continentale ed all’inglese, ma soprattutto molti cibi locali tra cui alghe, tonno e salmone crudo, riso, soia, e tanto altro. Fatto il check-in usciamo subito per rientrare dopo 90 minuti verso le 23, nel frattempo abbiamo fotografato alle luci artificiali il tempio dedicato alla dea buddista Kannon Sama dea della misericordia: questo luogo di venerazione è il più antico di Tokyo. Abbiamo anche percorso alcune stradine laterali notando vari ristorantini affollati e dall’aria semplice ed aver fatto piccoli acquisti alimentari nel bel supermercato Don Quijote aperto 24 ore come alcuni ristoranti. Anche qui le commesse, con rigorosa mascherina come molti di coloro che lavorano col pubblico, dopo aver consegnato il resto magari su di un piattino, continuano negli ossequi con inchini e vocine da cartone animato come se avessero una batteria incorporata: siamo o non siamo nel paese del “Manga” (fumetto)? Questo del manga ci viene costantemente ricordato dalle immagini di fumetti disegnate sulle serrande dei negozi, nelle pubblicità e cartellonistica in genere, insomma Hello Kitty for president. Leggendo un opuscolo, veniamo a conoscenza che in certi ristoranti si può fumare ad orari stabiliti mentre in certe vie di Tokyo vi sono cartelli che vietano il fumo.

Il giorno dopo, effettuata la colazione a base di carne, pesce, verdure e tanto altro usciamo sotto una leggera pioggia; presso il tempio vi è già molta gente propensa ad effettuare riti religiosi, accendendo strane candeline o strofinando un pennellino o mettendo incenso in grossi panieri ed attirando il fumo su di loro con un gesto della mano. I vecchi risciò in versione moderna trasportano i turisti. Causa il tempo non eccezionale per le foto, ci dedichiamo a qualche solito acquisto come piccoli souvenir presso le innumerevoli bancarelle che portano al tempio in via Nakamise: nonostante la pioggia c’è una folla immensa.

Usciamo dalla zona del tempio ed incontriamo alcune donne con abiti tradizionali e viso cereo, saranno Geishe? Ad Asakusa è possibile, anche se raramente, incontrarle, ma si possono sicuramente vedere in qualche locale in cui presentano spettacoli. Andiamo quindi ad un punto di informazione turistica ed otteniamo molto meno del previsto, gli addetti non ci sembrano ancora preparatissimi, l’inglese poi non è di casa per tutti e sarà così anche negli hotel e ristoranti (ma non eravamo noi italiani a non parlare le lingue? Qui ci facciamo un figurone). Comunque i giapponesi hanno una dote, ti sorridono e dicono sempre di sì chinando il capo anche se non hanno capito nulla, difficile arrivare ad una soluzione. Stessa cosa ad una grossa agenzia turistica la JTB di Kaminarimon-dori a cui spieghiamo delle nostre conoscenze sull’escursione ad Hakone e riusciamo ad auto venderci la gita di una giornata al prezzo di 60 euro. Incredibile, torneremo comunque l’indomani per averne la certezza. Abbiamo preferito questa escursione a quella di Nikko, che ci dicono diversissima ma altrettanto bella, poichè di templi in Asia ne abbiamo visti già tanti! Per il cibo, premesso che nel raggio di un chilometro quadrato i ristoranti piccoli o medi saranno migliaia, di positivo c’è che all’esterno ci sono le riproduzioni dei piatti con il prezzo (basso in genere), unica preoccupazione chiediamo sempre se la pietanza è “spicy”, piccante, e questo lo capiscono: la mancia è un’usanza non usuale.

Dopo un’abbondante colazione e uno snack per pranzo, ci limitiamo ad un “ramen”, una zuppa con spaghetti varie verdure e pochissima carne in brodo e 6 gyoza in 2 (ottimi ravioli di verdura e carne), per un totale di 5 euro: è divertente udire la rumorosità dei giapponesi mentre bevono il brodo bollente al fine di raffreddarlo, da noi sarebbe ineducato, quì una normalità; il ristorante fa parte di una catena specializzata in zuppe. Davvero tanti i ristoranti e spesso affollati, crediamo anche perché i giapponesi guadagnano bene ed il cibo costa poco. Nel nostro soggiorno assaggeremo anche “l’udon”, bucatini con tofu fritto e gamberi tempura, “yakitori”, spiedini di pollo del quale si può scegliere la parte, zuppa di miso, alghe, takoyaki, polpette di polipo ed ovviamente il sushi in un ristorante con nastro scorrevole, il cuoco li fà all’istante ed i clienti seduti a banco si servono: non è poi sempre così a buon mercato. I Giapponesi son golosi di dolcetti di vario genere e le bancarelle o negozi che li vendono sono prese d’assalto: li abbiamo assaggiati ed in effetti sono buoni, molti fatti a base di riso.

Venerdì le previsioni dicono ancora pioggia, ma la giornata è discreta, il temporale ci sarà solo a sera, quì quando c’è il sole occorre approfittarne. Dopo aver ricevuto la conferma dell’escursione ad Hakone decidiamo di salire sulla metro facendoci aiutare da un addetto per il biglietto (2 euro) e ci rechiamo al Palazzo Imperiale dove ci mettiamo in fila ed attenderemo parecchio prima di entrare gratuitamente per accedere ai giardini e girare intorno al palazzo stesso visitabile solo un paio di volte all’anno, vedere cascate di ciliegi in fiore sul fossato un tratto del quale viene navigato con barchette. Questo luogo non può mancare di una visita per chi si reca a Tokyo: migliaia di persone dal Giappone e fuori, questo dell’Hanami è sicuramente un periodo di alto turismo ma bello è anche l’autunno. All’uscita prendiamo direzione Ginza, il quartiere più commerciale del Giappone, davvero elegante, che percorriamo col naso all’insù per l’altezza dei grattacieli e notando le grandi firme oltre al palazzo a 4 piani della Sony, insomma un grande centro finanziario tipo Singapore o Manhattan. Turisticamente non offre nulla, ma è bello percorrerlo; nei pressi anche il famoso mercato del pesce, il più grande dell’Asia, ma per godere della sua fama, occorre arrivare alle 6 del mattino per assistere alla spettacolare asta dei tonni: rinunciamo. Ci dirigiamo all’Hama Rikyu garden, entrata 2 euro. Vi sono alberi secolari ed altri fioriti, sullo sfondo i grattacieli. Non mancano alcuni laghetti e panchine dove sostare: insomma un’oasi nella metropoli. Avremo camminato ormai per circa 7-8 chilometri e quando vediamo che all’interno del parco partono i barconi che risalgono il fiume Sumida, non ci pensiamo un attimo ad acquistare 2 biglietti per 9 euro. Ci risparmiamo la metro e navighiamo gradevolmente per 40 minuti sino ad Asakusa dove sbarchiamo sotto la Skytree in un bel parco con viale di alberi in fiore. Da lì, in pochi minuti siamo al tempio Senso-ji dove ad una bancarella acquistiamo una bambola in kimono e rientriamo in hotel. Giornata piena, come da programma che consigliamo.

Sabato ci dedichiamo al parco di Ueno, a tre fermate di metro da Asakusa, quartiere popolare con al centro questo parco che non si può non visitare soprattutto nel periodo della fioritura dei ciliegi e durante il fine settimana. Da vedere belle statue, piccoli templi e pagode, lo zoo con i panda ed il lago solcato dalle barche, il museo nazionale di Tokyo ma, soprattutto, lunghi viali di ciliegi in fiore, d’altra parte è una delle ragioni per cui siamo venuti a Tokyo in questo periodo. Moltissimi giapponesi occupano fin dalla prima mattinata gli spazi a loro dedicati per il pic nic, ottima organizzazione e grande pulizia ed educazione. Decine di bancarelle vendono cibo preparato al momento, spiedini di ogni genere di carne, di seppie e polipo, fritture varie, spaghetti e strani wurstel, banane in cioccolata ed altre leccornie, molto folcloristico ed apprezzato dai giapponesi che già alle 11 affollano questi chioschetti. Occorre fermarsi almeno 3-4 ore. Il ciliegio in fiore (sakura) è il simbolo del Giappone, rappresenta sia la fragilità che la rinascita. Domani sarebbe la festa del sakura al parco di Ueno, ma le previsioni meteo mettono temporali: peccato! Infatti il cielo si sta coprendo e rinunciamo a salire sulla Skytree rinviando a Lunedì. Passeggiamo per Asakusa, ad una bancarella compriamo una serigrafia su legno tipica giapponese, se ne vendono parecchie, costano da 20 a 100 euro. Finalmente ci sentiamo sicuri girando in metro, per il biglietto basta guardare nel display il numero della stazione di arrivo, digitarlo e poi premere sul tasto con 2 persone (per 2 biglietti), inserire carta moneta ed escono biglietti e resto. Il biglietto si fà solo in giornata dalle 5 alle 24 (per 5 ore la metropolitana resta chiusa). Anche qui come a Seul ci sentiamo sicuri, molta polizia ed assistenti ma forse non ce ne sarebbe bisogno.

Domenica, un po’ svogliati, riprendiamo la metro (usare i taxi costerebbe una follia) e visitiamo dapprima il quartiere di Sinjuko che ha oltre 300 mila abitanti (Tokyo và effettivamente visitata per quartiere), che è attivo e commerciale ed ha la stazione più trafficata al mondo. Girovaghiamo con una sola meta precisa: il Palazzo del Governo Metropolitano di Tokio poiché abbiamo letto che salendo gratuitamente al 46° piano si gode di un bellissimo panorama. Così è infatti, ma la giornata, appena discreta, non consente di vedere nettamente il monte Fuji. Continuiamo per il dinamico quartiere di Shibuya, con alta concentrazione giovanile che vive 24 ore su 24. Vediamo la statua di Hachiko, un cane che si recava incontro al padrone alla stazione, e lo fece anche per gli ultimi 8 anni della sua vita, inutilmente, non sapendo che il padrone era deceduto; nei pressi (siamo in zona metro Ginza line diretta da Asakusa) vi è anche l’incrocio più famoso al mondo, con le strisce pedonali in obliquo e migliaia di persone che si muovono all’unisono appena è verde prendendo le più disparate direzioni: rischiamo di essere investiti. Anche qui turisticamente non molto da vedere, ma camminando per l’area Shibuya center gai abbiamo la conferma che da queste parti c’è la massima concentrazione di giovani che possono acquistare con pochi euro gadget interessanti soprattutto legati all’informatica ed all’elettronica; anche molti negozi di marca e ristorantini, mentre al ritorno ci compreremo un cabaret con 8 pezzi diversi di sushi che consumeremo in albergo: costo 5 euro. Poi raggiungiamo il parco Yoyogi ed essendo domenica, migliaia di giovani fin dalle prime ore del mattino, come a Ueno, occupano spazi per sostare tutta la giornata seduti su grandi teloni cerati blu. E’ bello vedere come si divertano stando insieme per un pic nic o facendo giochi. Molti sono vestiti stranamente e si mescolano con artisti di strada… ricordiamo che siamo nel mondo dell’informatica che spesso isola e forse proprio per questo i giorni di festa sfruttano queste opportunità: da vedere assolutamente ma di domenica. La pioggia prevista ci coglie solo a metà pomeriggio, la giornata è stata sfruttata. Rientriamo, domani vorremmo salire sulla torre che potrebbe essere chiusa nel caso di forte vento.

Lunedì andiamo presto alla Skytree (600 metri) camminando 20 minuti, è una giornata calma, quindi pur non avendo acquistato il biglietto on line saliamo rapidamente, costo 15 euro ma la visita li vale tutti. Saliamo in un minuto a 350 metri, la vista è spettacolare a 360 gradi; non serve aggiungere 7 euro per salire ancora sopra. La giornata è soleggiata e probabilmente abbastanza chiara ed alle 10 lo sguardo si posa sul monte Fuji innevato: una soddisfazione! Vediamo abbastanza nitidamente oltre che la torre di Tokyo (quella simile alla tour Eiffel per capirci), la zona del tempio, il fiume: insomma da fare! Ritorniamo verso Asakusa e restiamo in zona per gli ultimi acquisti, ventagli, un paio di magliette e qualche gadjet fotografando oltre al tempio principale spesso citato anche gli altri deliziosi edifici circostanti che si stagliano nel cielo azzurro verso il quale protendono i prosperosi rami fioriti dei ciliegi. Nel pomeriggio scendiamo al supermercato Don Quijote per acquistare prodotti locali, qualche dolce, alghe, pesce secco e frutta essiccata che qui abbonda a differenza della fresca.

Finalmente è il giorno del Fuji-san, come qui pretendono venga chiamato il vulcano alto oltre 3.700 metri. Partiamo dal terminal bus Hamamatsucho e giungiamo al lago Ashi, molto grazioso, che ci mostra in lontananza la vetta del Fuji; navighiamo mezzoretta sul vascello pirata molto coreografico partendo da porto Togendal: la natura tutt’intorno non si esprime ancora nel modo migliore, fino a pochi giorni fa è nevicato. Fortunatamente è una bella giornata con 20 gradi. Alle 13 siamo ad Akone, luogo turistico famoso per le terme ed il parco naturale, dove pranziamo ottimamente a buffet presso il ristorante dell’hotel Kowakie. Sosta al Fuji visiti center, dove oltre a fotografare da altra angolazione il monte dal cono simmetrico perfetto ma purtroppo non perfettamente visibile causa foschia, si possono assistere a lezione di geologia su schermo gigante: immancabile il negozio di souvenir in cui acquistiamo suggestive cartoline del Fuji in versione dipinto di artisti giapponesi. Infine, arriviamo alla stazione di partenza per le camminate sul monte Fuji, ancora foto della vetta innevata, mentre altra neve si trova nei boschi circostanti. Solo verso l’estate si potrà fare trekking, ora molto pericoloso: si dice che un giapponese deve fare almeno una volta la salita alla vetta, mentre è pazzo se lo fa una seconda volta; comunque un po’ di delusione per non aver visto il Fuji come nelle foto “da cartolina”in internet: non saranno fotomontaggi? Capitolo a parte merita la guida, un incrocio tra il classico ragioniere di banca ed una marionetta che scandisce a strappi uno strano inglese con cadenza da militare giapponese sentito varie volte nei film di guerra. Alle 19,30 ci lasciano alla stazione Tokyo, ormai siamo pratici, ed in 25 minuti facendo cambio a Ginza la metro ci riconduce ad Asakusa. Queste gite organizzate possono essere comode, ma consigliamo a chi è intraprendente, soprattutto ai giovani, di organizzarsi a proprio modo, contrariamente a quanto diceva una pubblicità di un vettore turistico:” turista fai da te? Ahi ahi ahi….”. La settimana è terminata, oltre alle bellezze del tempio, ci ricorderemo la straordinaria organizzazione della viabilità, i moderni quartieri centrali ed i bellissimi parchi, i prezzi per nulla cari, la gentilezza ed il cibo sano ed inchinandoci buon Hanami a tutti.

Foto slide realizzato da Filippo


Chi è Ighlis Filippetti?

Partire tristi, viaggiare liberi, ritornare sereni. Viaggiare, forse per capire, per non dimenticare, forse per arrivare là dove lui non ha potuto…e la sua musica ci accompagnerà rassicurandoci

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