Esplorazioni urbaneesplorazioni urbane di WE360Video Esplorazioni WE360

WE360 URBEX Emilia Romagna: Manicomio di C. tra buio e sensazioni strane

WE 360429 views

La sveglia suona molto, troppo presto. Guido ancora intontito sino a casa di Andrea, mi preparo a 4 giorni di immersione che abbiamo deciso di fare in Centro Italia, in giro per esplorazioni urbane. L’occasione è giunta grazie ad una collaborazione con un comitato emiliano per il recupero di una struttura abbandonata da tempo, scendere per questo lavoro non poteva che portare all’unire il lavoro alla nostra passione.

Le riprese alla struttura si svolgono velocemente, senza intoppi, al punto che siamo liberi per le 15,00. Potremmo raggiungere Pisa con calma, trovare l’appartamento affittato su airbnb, in realtà sappiamo che a poca distanza da dove siamo c’è un manicomio abbandonato che meriterebbe una visita.

In un’oretta lo raggiungiamo e nel frattempo su internet ci rendiamo conto che accedervi non sarà così semplice. Parcheggiamo in un luogo appartato e cominciamo a perlustrare la zona a piedi. Siamo troppo in vista, non mi piace, io mi noterei a gironzolare li intorno motivo per cui mi innervosisco. La voglia di entrare è tanta, ma la paura che ci attanaglia lo stomaco ci fa temporeggiare a lungo. Passa un’ora in cui individuiamo l’unica via di accesso, estremamente in vista. Ci facciamo coraggio e nel giro di pochi secondi cerchiamo di sparire alla vista di eventuali passanti.

Il giardino è incolto ma si vede chiaramente un sentiero battuto che si inoltra lateralmente alla struttura. Proviamo a fare il meno rumore possibile anche se le foglie secche sotto gli scarponcini sono inclementi. Senza particolare sorpresa osserviamo che i varchi sono stati tutti murati, come riportava internet. Dentro di me sono un pochino sollevato. I manicomi abbandonati mi catapultano in uno stato di ansia tremendo. Solitamente rimango affascinato dai luoghi abbandonati, respirando a pieni polmoni il passare del tempo ed osservando con occhio clinico. Nei manicomi no. Mi chiudo in me stesso e faccio fatica ad alzare gli occhi dal pavimento. La cosa che più mi affatica è l’odore e la consapevolezza di essere in un luogo di puro dolore, un’anticamera in attesa della morte di chissà quante migliaia di persone. In queste strutture eri internato anche se non eri pazzo, molte volte la pazzia era la scusa per eliminare un parente indesiderato, risolvere una diatriba ereditaria, liberarsi di una situazione spiacevole. Bastava niente per essere dichiarati formalmente malati di mente, anche solo uscire una volta dai binari del decoro. Parliamo di un’epoca in cui le donne non avevano diritto di voto, in cui il sistema ecclesiastico dettava i parametri stringenti del buon cristiano e l’istruzione era appannaggio di pochi eletti. Quando entro in queste strutture tutti i miei sensi percepiscono qualcosa di molto simile ad un’aura di ingiustizia che mi toglie il fiato.

Motivo per cui sono già pronto a tornare allegramente alla macchina e dimenticarmene. L’unico passaggio pare essere una finestra divelta di una cantina, dove non entrerei nemmeno sotto tortura (nemmeno gli altri) anche perchè manca meno di un’ora al tramonto ed abbiamo solo una pila. Sulla via del rientro giro un angolo e mi trovo posizionata una bella scala a pioli di quelle per dare il bianco che porta ad un varco a due metri di altezza. Dentro mi sento schiattare ma siamo in ballo per cui, balliamo. Salgo la scala e mi affaccio dal buco; mi aggredisce il buio  assoluto e l’odore di disinfettante misto a polvere . Le palpitazioni salgono ed ho esaurito le scuse con i miei compari, devo balzare nello scasso e fare da apripista. Abbiamo meno di un’ora , dobbiamo spicciarci. Camminiamo velocemente, è buio e fuori si è alzato il vento, per cui è un continuo trasalire ad ogni finestra sbattuta o cigolio improvviso. Adotto la tecnica del guardare il pavimento ed ignorare qualsiasi cosa, al punto che Andrea mi deve quasi obbligare ad accendere la camera per fare qualche ripresa controvoglia.

E’ un labirinto e presto perdo la cognizione di dove siamo, cosa stranissima per me che ho una bussola incorporata e non mi perdo mai. Altra cosa strana, stiamo camminando da quella che pare un’eternità e quando guardiamo l’ora sono passati meno di dieci minuti. Ci guardiamo, io ritorno a guardare il pavimento.

Ho la testa vuota , non riesco che a pensare  quanto vorrei essere altrove, carrozzine di rito, mini set fotografici allestiti da altri fotografi prima di noi mi tranquillizzano un pochino quando “sbam!” una finestra sbatte più forte del solito e ci raggela, tutti e tre. Stiamo in silenzio, sembrano dei passi, ci nascondiamo tornando un po indietro ed attendiamo. Fuori sta diventando buio e noi siamo a malapena arrivati nell’androne che unisce la struttura nuova a quella vecchia. Andrea scatta foto ringhiando contro la scarsissima luce, gli propongo per educazione di tirare fuori il cavalletto e mi gela con un “non c’è tempo”, rispondo “si ma stai calmo!” e la tensione si scioglie un secondo con una risata comune quando “Sbam!!” , altro colpo fortissimo proprio dietro di noi. Io ne ho abbastanza e credo anche gli altri; cominciamo a tornare indietro e ringrazio di essere con loro perchè non avrei ricordato la strada, essendomi praticamente sempre guardato la punta delle scarpe. Ad un certo punto ripercorriamo tre volte lo stesso corridoio prima di capire da dove siamo arrivati. Usciamo da dove siamo entrati io letteralmente volando fuori.  Quasi buio, visitato una piccola parte di un complesso con tanto da raccontare, abbiamo fatto di meglio in altre occasioni, diamo la colpa al tempo scarso ed a quello metereologico che sta mostrando i denti. Sono esausto, fuori ci fermiamo a poca distanza in un bar gestito da gente strana strana ma tanto strana per berci una bibita. Io parlo poco, rispondo a monosillabi che non è certo da me. Pisa ci attende. Alla prossima.

a cura di world explore 360

Leave a Response